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Cosa dice mamma, Cosa fa il mondo

Adozione e altre scelte feconde

Non solo Il Piccolo Principe. Antoine de Saint-Exupéry è autore di versi bellissimi anche in altre opere. Per esempio, in Lettera a un ostaggio, osserva: “La vita crea l’ordine ma l’ordine non crea la vita”. Se è vero che i miei figli, pur stravolgendo ogni equilibrio, hanno messo ogni cosa al suo posto, è pur vero che non è dall’ordine che sono nati. Non da uno schema preciso, non da un dato scientifico. Cosa ne sa la scienza, in fondo, di come sono nati i miei figli? Questo è tanto più vero se penso ai figli nati per adozione.

Intrappolati nella burocrazia, tenuti in ostaggio di una vita già troppo amara per la loro tenera età. Teneri sì, eppure grandi com’è grande chi conosce la solitudine, l’abbandono, la miseria, la fame. La fame di mamma. Di casa, di calore, di famiglia. Partoriti, certo, partoriti dal caos.

Mi è tornato in mente questo verso leggendo Tommy Dibari e la sua Storia di un’adozione, “Sarò vostra figlia se non mi fate mangiare le zucchine” (Cairo). Un titolo leggero e profondo come tutto il racconto, la leggerezza è ispirata dalla tenera Martina: Voglio un cane, non voglio le zucchine e non voglio le botte. Tenera e grande. Anche lei è nata dal caos, da una gravidanza finita in un aborto spontaneo, da un’inseminazione fallita e poi da un tentativo di fecondazione assistita andato male, e poi da un altro. E poi da visite, tante, frustrazioni, moltissime. Dolore. È nata dal dolore. Come accade in ogni parto.

È nata da un 30 per cento di infertilità inspiegabile. Così avevano detto i medici, finalmente pronti a dare un nome a quell’assenza. Inspiegabile. Eppure, in quel paradosso della scienza che dà un nome e un numero preciso a ciò che non sa spiegare, io ho trovato qualcosa che paradosso non è. La scienza ha dei limiti, questo è oggettivo. È scientifico, davvero, che non sappia spiegare tutto. Anzi, non sa concepirlo. L’ordine non crea la vita.

E allora ecco, dinanzi all’inspiegabile si può stare anche così. In attesa. Non un’attesa inerme, disperata, passiva e alienante. Un’attesa in senso gravidico. Un cambiamento, una preparazione, un’evoluzione. Un bambino in attesa di adozione c’è molto prima della sua nascita in famiglia. Già esiste, solo arriva dopo. A mettere in ordine ogni cosa, a dare il giusto peso. Un nuovo nome. Il suo.

Nei numeri della scienza non è racchiuso tutto il significato della parola fecondo. Tutto ciò che è atto a procreare. Ciò che attivamente si muove per creare una famiglia. Feconda è l’attenzione verso l’altro, fecondo è un obiettivo che vada oltre me. Feconda è una scelta. Fecondo è pure parlare di adozione con termini che non siano sterili. Fecondo è non chiedere a una coppia: Quando fate un figlio? O dinanzi a un bambino adottato: Come ti somiglia, l’hai scelto bene! O dinanzi a due: Ma sono fratelli fratelli? Fecondo è non dire che l’adozione è un giro di soldi, che è troppo difficile, che chi adotta compie un atto di generosità. Chi dà vita, la riceve. È così per ogni nascita.

Fecondo è pure evitare di distinguere tra figli di pancia e figli di cuore. Sono consapevole, ho avuto la grande fortuna di sentire i calci di vita dei miei figli dentro me. Ma sono altrettanto consapevole, non è quello che li ha resi figli miei. Tutti i bambini sono figli di cuore, purché siano amati, e tutti i bambini sono figli di pancia. Dalla pancia del mondo, nasciamo, dal suo caos primordiale. Qualcuno arricchisce il pezzetto di mondo in cui nasce, qualcun altro fa un giro un po’ più lungo per arrivare a casa. Al suo posto. Al suo ordine. Alla nostra vita.

L’immagine è tratta dalla copertina di “Che cos’è un bambino?” di Beatrice Alemagna (Topipittori)

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