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Cosa dice mamma, Cosa fa il mondo

Il mio De André. Come un dovere.

Questo sarà un post banale. Come si fa a scrivere un ricordo di De André senza esprimere concetti già riferiti e meraviglie già sottolineate? Del resto oggi lo ha citato persino il Ministro dell’Interno, scegliendo il primo verso del Pescatore. Per ricevere omaggio dagli ascoltatori di Faber della scoperta che quei versi non li aveva capiti bene bene bene.

Il mio De André sono le canzoni che uniscono mia madre e mio padre nel mio cuore di bambina. È mio fratello al pianoforte che mi insegna Verranno a chiederti del nostro amore. È la rivelazione che un capolavoro possa nascere da un articolo di cronaca nera. O da una serata a ridere con un amico. È mio padre che mi sente cantare e dice: Potresti andare a Sanremo un giorno, hai musicalità e memoria. E no, non sarei mai andata a Sanremo ma quel giorno imparai che dove si posa uno sguardo d’amore si può pensare di poter fare ogni cosa. È mia madre che canta Bocca di rosa in una serata di festa, mia madre da cui ho preso la voce per cantarlo. È gratitudine.

Il mio De André è Genova imparata dai suoi versi e ancora tutta da scoprire. È la mia cameretta, e ore ad ascoltare, a capire, a studiare. La voce, la metrica, la scrittura, la poesia, l’etica. L’umanità. Il mio De André è un libro di storia con La Guerra di Piero. È un Testamento da imparare a memoria in un Vangelo con le mestruazioni di Maria. È uno sguardo nuovo, con cui un assassino non era più così lontano e le prostitute non erano più quelle nude viste per strada ma quelle che mettevano a nudo me.

Il mio De André è un’autoradio, poi rubata, con una compilation sentita a manetta. La canzone dell’amore perduto  cantata coi bassi sforzati di un amore appena trovato. E poi rimasto. Un suonatore, un amico fragile, un inverno, una preghiera in gennaio, una mancanza, un rapimento, uno strappo. Il mio De André è una donna piuttosto distratta. E tutti ad abitarmi tra i caruggi del mio dolore e del mio amore di vivere.

Il mio De André è la capacità di distinguere l’uomo dal poeta. E di non giudicare nessuno dei due e anzi, amarli entrambi per la verità crudele come un mostro e salvifica come una carezza. Il mio De Andrè è il concerto dal vivo su una videocassetta vista fino all’usura, è la ricerca ossessiva delle interviste. Le parole, poche, scolpite.

Il mio De André è una mail: Simo, dammi un consiglio, che tesina porto all’esame da giornalista? È una ricerca sulle puttane di De André come informazione sociale. Un lavoro che mi ha così appassionato da non aver mai perso il desiderio di riprenderlo. Quello che non ho è quel che non mi manca.

Se fosse ancora qui, ci diciamo spesso, chissà cosa direbbe, chissà quali capolavori regalerebbe a questo mondo ingrato. È qui. Con le canzoni che già dicono di tanta ipocrisia, razzismo, malvagità. Di tanto bisogno di proteggere gli ultimi. Di guardare. Finché, così banale, la maggioranza sta, finché saremo così coinvolti, finché le nuvole ci lasceranno voglia di pioggia, sapremo sempre in che direzione guardare, per una goccia di splendore, di umanità, di verità. Grazie a te, Faber, ho parole misurate di smisurata bellezza, che chiedo scusa per aver preso in prestito. Grazie a te ho un mare da guardare e una barca da scrivere. Come un dovere.

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