mareme
Cosa dice mamma, Cosa fa il mondo, Cosa faccio

La terra vista dal mare

“Ma le guerre esistono davvero?”
“Purtroppo sì. Ci sono Paesi tuttora in guerra”
“E qualcuno è mai morto in una guerra?”
“Sì, moltissime persone. È per questo che tante famiglie scappano dalle loro case per venire qui. Vi ricordate quando vi ho detto di Salvini che non voleva accoglierli e li lasciava in mare?”

“Io, questa cosa, non me la sto scordando mai”.

Anche io non dimentico il tono grave con cui Davide mi ha risposto. Né il suo sguardo fermo, con gli occhi ancora più grandi. In questi giorni di cambiamento, ho la sensazione che ci sia andata di culo. È tutto da vedere, tutto da trasformare, tutto da dimostrare, ma una cosa mi dà gioia: non respirare costantemente questo puzzo d’odio, questo linguaggio volgare, questo atteggiamento razzista sbandierato con orgoglio. Non mi illudo, il razzismo mi passa continuamente accanto, in un social, in una chat di mamme, in una frase detta al bar. Ma fortemente mi preoccupa lo scivolamento per cui tutto è permesso, lecito, naturale. Certo il problema di questo Paese non è “la pacchia” dei migranti con l’iPhone, i muscoli e trenta euro al giorno. Ma altrettanto certamente il problema è questo disprezzo aperto delle istituzioni e dell’umanità, della cultura, del decoro e della solidarietà. Dal ministro al vicino di casa. Non è la pacchia, è la spocchia.

Eppure non si guarda un orizzonte solo dalla terraferma, non si sogna solo da qui. È un sogno anche la terra vista dal mare. Ed è tutt’altro che una linea retta. Ci si perde sì, ma anche prima, anche molto prima. Nel pieno delle onde. Qualcuno perde la vita, qualcuno perde se stesso. E perdiamo tutti, tutti.

Io mi sono persa nel viaggio straordinario che Simone Casalini compie tra “culture, frontiere, società in transizione”. “Lo spazio ibrido” (Meltemi) è il nome della sua ricerca, ché già il titolo vale il senso del libro. Ibrida è anche la forma, tra saggio e reportage. Un’indagine meticolosa quanto preziosa, dei luoghi di confine, cioè di inizio e fine, di reciprocità. Dal Brennero a Mazara del Vallo, da Genova alla Tunisia. Da una parte all’altra del Mediterraneo. Da qualunque vista, con occhio attento, profondo. Con la panoramica dei paesaggi dipinti con le parole e con lo scalpello della verità offerta senza retorica. Dalla parte degli ultimi, mi scrisse Simone quando smise di essere il mio primo caporedattore (non ha però mai smesso di insegnarmi). E dalla stessa parte lo trovo oggi e sempre, come in un racconto di Silvia Finzi citato nel suo libro.

“Quando ero piccola avevo un’amica ebrea praticante, un’amica musulmana praticante e un’amica italiana cattolica praticante. Mi dicevano che ero diversa da loro, spesso ci arenavamo su questioni di appartenenza, di identità. Un giorno venni sollecitata più del solito su questi temi, mi dissero che gli ebrei non facevano l’amore come i cattolici. Mi rivolsi a mio padre: ma scusami, chi sono io allora? Lui mi guardò e disse: Se insultano un ebreo sei ebrea; se insultano un cattolico sei cattolica; se insultano un musulmano sei musulmana. Questo sei“.

In questo libro che intreccia “biografie private ed esistenza collettiva”, Storia e storie, identità e relazione, si può riscrivere il nostro tempo. “Ti ha colpito, questa cosa, perché la trovi molto brutta?” ho chiesto agli occhi grandi e impetuosi di mare. “Non si può dimenticare” , mi ha risposto. Non si può dimenticare.

L’immagine è tratta dall’albo illustrato “Maremè” di Bruno Tognolini e Antonella Abbatiello (Fatatrac)

 

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