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Cosa dice mamma, Cosa fa il mondo

Vasco e noi, ognuno col suo viaggio

No ma questo non si può mancare, è l’ultimo! Gli avrei dato pure ragione se non fossero oltre 10 anni che lo dice, tutte le volte, compresa l’improvvisata del 2004, quando Vasco, quel cornuto, annunciò il suo ritiro dalle scene e si regalò un mega evento a Germaneto. Marco e Angelo, il Naso e il Negro, si fecero 400 km per esserci. Per essere lì, per lui, per le sue canzoni, per quello che doveva essere un addio (certo, come no) ma soprattutto per esserci. Essere parte di quell’evento. Perché in un concerto la cosa più bella, ancora più della musica dal vivo, è quella sensazione di essere parte, assieme ad altri, di qualcosa di unico. Cantare all’unisono, saltare, prendersi per mano, guardarsi negli occhi, pure con chi non conosci. Ci si conosce tutti, in fondo, ci si conosce in una canzone. Perciò ieri sera mi mangiavo le mani a non esserci, al Modena Park.

Eppure ero incazzata, eh. Perché pur stando male ho dovuto tenere da sola due bambini ammalati, ormai esausti della clausura in casa e dunque ingestibili. E lui, il Naso, aveva trasformato la trasferta di un concerto in una vacanza di tre giorni. Perché non basta stare nel Pit 1, e no, bisogna stare sotto il palco. Ero sfinita, ieri sera, avevo passato tutta la giornata ad aspettare quel momento: la messa a letto. La messa in pausa di quelle due meravigliose creature trasformatesi per l’occasione nella versione mocciosa di Hannibal Lecter. Ma poi non ho resistito e pure se le loro palpebre stavano ormai calando il sipario, ho acceso la tv e li ho riportati in salone. Entrambi in pigiama, uno con Paperino e l’altro con l’orsetto, a guardare cosa si prova quando un concerto ha inizio. A cercare il papà nella folla. E quando Davide ballava Colpa d’Alfredo imitando i gesti di Vasco e Claudio ripeteva deluso: Ma io non lo vedo papà… ho pensato: Marco, un pezzo di me vorrebbe essere lì, ma fidati, un pezzo di te doveva vederli.

Bisogna viverle certe cose. Come certe canzoni. Che entrano a far parte delle nostre vite e segnano momenti. Li ricorderemo sempre con quella stessa melodia di sottofondo. Bisogna viverle certe cose, e certe persone. Marco e la sua combriccola, che una volta tornando da un concerto, tanta era la voglia di tornare da noi, che allungarono fino a Zocca. Io e il club delle (ex se non la smettono) mogli. Io che ricordo quando, seduta su una scalinata, sentivo Liberi liberi e mi domandavo davvero, liberi da che cosa. Io che ricordo bene la prima volta che ho pianto con Jenny è pazza e anche l’ultima, e anche quella che ho pianto più forte, grazie a un regalo di Marco. Vasco e noi, in un sacco di versi, di lacrime, di risate complici, di calze nere e di anime fragili, di lotte, idealismi e spari sopra, di equilibri sottili e di tatuaggi orrendi, di domeniche lunatiche e di sballi ravvicinati. Ne ha scritte di canzoni belle. In passato.

Una delle cose che più amo in mio marito è la sua capacità di riconoscere che no, gli ultimi pezzi non sono capolavori. Saper distinguere la canzone dal suo autore è qualità di chi ama la musica, i fanatismi li lasciamo agli altri. A quelli che Vasco è un mito e a quelli che Vasco è un drogato di merda. Personalmente credo che De Andrè sia l’autore della più bella musica italiana e questo non fa di lui né un mito né un alcolizzato. E basta con questa storia di Vasco e Liga. Ma perché, non si può amare Il giorno di dolore che uno ha e Sally senza dover per questo far parte di uno schieramento? Si amano le canzoni, non i cantanti. Si amano i momenti. Ognuno col suo viaggio, ognuno diverso.

Che poi è stato bello vedere Vasco lucido, festoso. Un tributo alla folla che era lì per un tributo a lui. Il solito provocatore, coi soliti che si lasciano provocare. E anche un Vasco meno solito, più emozionato, più grato. Un Vasco nonnino, diciamolo, con quelle ragazze sul palco. Ma va bene, va bene così. Va bene pure se a ogni Rewind alcune ragazze si tolgono il reggiseno. Che alla domanda di libertà ognuno risponde a suo modo. Basta che non ce la menate con la povera Rai che non sapeva come gestire il topless in diretta. Sono anni che è così e mamma Rai lo sapeva, lo sapeva bene. Evidentemente non aveva preso le giuste misure (le giuste taglie, sì). E comunque ho trovato molto più oscena la camicia di Bonolis.

Ora la combriccola sta tornando mentre io, con Vasco nella mente, torno al mio weekend coi piccoli indemoniati, che è una fortuna lo so… che sono ancora viva.

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